CETA: VOTO NO

15 febbraio 2017

Vorrei non avere una posizione così netta, perché si tratta di una faccenda molto complessa (1600 pagine di emendamenti e norme), ma il voto si esprime così: o Sì, o No. E io ho deciso di No.

Sono da sempre a favore dei trattati di libero scambio e di libero commercio. Anzi, penso che in un mondo sempre più connesso non si debba organizzare la governabilità attraverso il protezionismo stupido, la sovranità fine a se stessa e i confini che tengono fuori tutti (e isolano anche noi). Questo non vuol dire, però, che accetto supinamente ogni cosa. Anzi, penso che l’Unione Europa debba essere un soggetto all’avanguardia per proporre un nuovo modello di libero scambio e libero commercio. Non voto il CETA proprio per questo. Perché è un accordo vecchio.

Sono in linea con quanto affermato da Carlin Petrini su Repubblica: «Chi ha a cuore il futuro dell’agricoltura di piccola scala e della produzione alimentare di qualità non può che sperare che l’accordo venga rigettato. Ancora una volta, infatti, siamo di fronte a una misura volta a promuovere, sostenere, difendere e affermare esclusivamente gli interessi della grande industria, a scapito sia dei cittadini che dei piccoli produttori. Non è un’esagerazione, così come non è un caso che l’opposizione a questo trattato abbia raccolto in pochi mesi 3,5 milioni di firme» e continua: «Gli accordi internazionali di libero scambio non funzionano e non sono utili se non servono a incrementare gli standard di produzione (ambientali e sociali) e a tutelare gli interessi dei più deboli».

Ecco, questo è un accordo “del Novecento” – e infatti è nato in un periodo in cui alla guida della Commissione c’era l’ultraconservatore Barroso e alla guida del Canada l’ultraconservatore Harper – proprio perché non difende e non tutela i piccoli produttori, le produzioni locali e i nostri territori. Inoltre, non è stato approvato nemmeno dalle associazioni dei consumatori, che non considerano l’accordo vantaggioso. Non dimentichiamo, poi, che c’è una questione di sostenibilità da tenere da conto. Il Canada, che ha ratificato gli accordi di Parigi, dovrebbe saperlo. Tenere conto del quadro complesso in cui ci muoviamo, proponendo un modello innovativo anche dal punto di vista tecnico, è l’unico modo in cui l’Europa deve impostare i futuri accordi commerciali.

E sapete perché lo dico proprio ora? Perché stiamo parlando di un accordo con il Canada. Una democrazia matura, solida, retta da un leader innovativo, sensibile al cambiamento e in linea con lo spirito dei tempi. Quando abbiamo a che fare con paesi così, dobbiamo fare accordi in cui mettiamo al centro il meglio dell’esperienza canadese e il meglio dell’esperienza europea. Lavorare con Justin Trudeau ci permetterebbe di essere ambiziosi e studiare nuovi tipi di accordo commerciale: accordi utili al progresso e che tengano conto di tutta la complessità del mondo di oggi.

Non possiamo più pensare di fare accordi commerciali in cui scambiamo solo le merci e dove teniamo i diritti e le tutele (dai lavoratori ai produttori fino ai consumatori) in secondo piano.

Se vogliamo dare una risposta alla rabbia del popolo che, elezione dopo elezione, diffida delle istituzioni e vota i cosiddetti partiti populisti, dobbiamo cominciare a dire cose nuove e convincenti. E, soprattutto, fare accordi che abbiano al centro la volontà politica di raggiungere sempre più elevati standard di tutela. Standard che devono essere ratificati subito, negli accordi. Non in relazioni parallele in cui il gruppo S&D, ad esempio, afferma la volontà di “controllare” i processi. Se non ratifichi non mandi nessun segnale politico.

Se l’Europa vuole continuare ad avere senso deve essere all’avanguardia. Questo accordo invece ci fa compiere dei passi indietro. Perché non ci sono passaggi sulla lotta alle disuguaglianze, non permette ai territori di favorire le imprese locali e nessun economista di buon senso riesce ad affermare che con l’approvazione del CETA si otterranno più posti di lavoro. Ma soprattutto, è un accordo che tutela solo i grandi gruppi e le grandi multinazionali.

Permettetemi un parallelo. Come non ho più intenzione di votare accordi commerciali con democrazie deboli che non rispettano i diritti umani, così non ho intenzione di stringere accordi al ribasso che non tengano conto dei diritti alla salute e quelli del lavoro, che non tengano conto della tutela dei piccoli imprenditori e dei consumatori con le cosiddette democrazie mature, proprio come il Canada.

Penso che l’Europa debba guardare all’interesse collettivo e alla tutela del suo patrimonio, anche quello commerciale, anche quello delle piccole e medie imprese che giorno dopo giorno curano non solo i propri interessi, ma quelli del territorio e quelli della loro comunità. Un servizio che non è solo economico, ma è soprattutto sociale.

Ecco perché mi impunto e spero sempre che il Partito Democratico abbia la volontà di discutere e di incidere in modo critico nell’azione politica del PSE. Dobbiamo dare la linea e lavorare per una nuova visione della società e dell’economia. Altrimenti, come in questo caso, trasformiamo una giusta posizione liberale e contemporanea in una posizione liberista e conservatrice. E il fatto che non ci sia nessun tipo di opposizione, ma si approvi il CETA è la dimostrazione lampante che stiamo sbagliando: il PSE, così come il PD, non sembra più voler fare politiche progressiste e contemporanee, ma tradizionali e forse un po’ conservative. Io credo che un partito progressista moderno debba lavorare per fare accordi che tengano assieme tutti gli aspetti, perché si risponde a un’idea generale di società: dall’aspetto economico a quello commerciale, da quello dei diritti a quello della sostenibilità.

Nella riunione del gruppo dei Socialisti e Democratici, ieri, abbiamo preso l’impegno di non votare mai più accordi di questo tipo nel futuro. Io comincerò da oggi.