La sharing economy. Una nuova sfida per la politica

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La sharing economy. Una nuova sfida per la politica

[articolo di Daniele Viotti pubblicato sulla rivista di politica e società “La porta di vetro” – Anno II – n.1 – 2015]

Nel Settembre del 2012, la rivista Atlantic, una delle principali «voci» della politica progressista americana, ha pubblicato un interessante articolo dal titolo The Cheapest Generation, in cui si spiegano i nuovi stili di vita dei venti-trentenni (i cosiddetti millennials) cresciuti nello scenario socio-economico rinnovato dalla crisi economica. Questi nuovi “stili”, in estrema sintesi, hanno meno a che fare con l’abitudine all’acquisto compulsivo e più a che fare con l’utilizzo. Meno “consumo”, più “fruzione”. L’esempio più significativo (ancora più significativo in un paese come il nostro e in un territorio particolare come il nostro) è quello che vede la Ford, una delle principali industrie automobilistiche del mondo, impegnarsi attivamente nel supporto al servizio di car sharing Zipcar, a supporto di giovani e studenti che avevano bisogno di una macchina ma che non volevano (o potevano) comprarsene una.

Condivisione del bene, non acquisto del bene. Questo è il principio della «sharing economy». Una prospettiva che non rappresenta una bella utopia, ma uno scenario possibile, che può rimettere in moto l’economia creativa attraverso la collaborazione e la condivisione delle conoscenze, abbassando i costi della produzione, cercando di costruire un’ipotesi di sviluppo sostenibile e più in linea con il terribile spreco di risorse naturali che ancora adesso stiamo operando nel mondo (non è un caso che l’Earth Overshoot Day, il giorno in cui “finiscono” le risorse naturali che servono al mondo per auto-sostenersi, arrivi sempre prima anno dopo anno). Una prospettiva che non è solo economica, ma è anche – soprattutto – sociale. Perché il vero motore sta nella collaborazione tra le persone, nella condivisione di spazi, di esperienze; di messa in rete di talenti e conoscenze (e infatti ogni tanto si parla anche di «peer-to-peer economy», in riferimento allo scambio di informazioni che avviene su Internet). Nel 2013 il sociologo Ulrich Beck, recentemente scomparso, in un’intervista a Repubblica, ha raccontanto della “nuova vita” dei quartieri giovani e innovativi di città come New York o Basilea. In questi luoghi, le pratiche di condivisione hanno contribuito molto al ritorno del concetto di ‘comunità’. Dalle social street agli orti urbani passando per il bike sharing e l’«Internet delle Cose» (i dati con cui gli oggetti ‘prendono vita’ migliorando la vita di tutti i giorni possono essere inseriti grazie al contributo di tutti) l’economia della condivisione può rappresentare una nuova configurazione del paradigma anche grazie a una generazione che, immersa in un mondo sempre più connesso e in cui le conoscenze viaggiano a velocità impensabili, sente suo questo modello e può farlo diventare sempre più – e scusatemi il termine un po’ agée – egemone.

Una prospettiva sociale

Il caso delle social street in Italia è interessante proprio perché risponde a uno dei principi fondamentali dell’economia partecipata. Ovvero quello di innovare nel recupero delle forme tradizionali. Usare le nuove tecnologie per riscoprire un senso di vicinanza e comunità dopo anni in cui (dalla filosofia alla sociologia) si è sempre parlato di atomizzazione della società, egoriferimento dell’individuo, solitudine del cittadino globale. Il caso principe è quello di via Fondazza, a Bologna, in cui si è creato un circolo virtuoso che – usando in modo costruttivo i social network – riesce a rendere la strada viva e non un luogo anonimo in cui le persone non si conoscono. Mettendo in rete le conoscenze si sa chi fa cosa e chi potrebbe aiutare per risolvere un problema. La soluzione è a portata di mano anche se spesso non la conosciamo. In una testimonianza raccolta dall’ANSA si legge: «Ma da allora in via Fondazza il clima è cambiato: sotto i portici della casa dove abitò e lavorò anche il pittore Giorgio Morandi quando la gente s’incontra non si guarda più con indispettita indifferenza, tutti si salutano, si sorridono, ognuno s’interessa della vita dell’altro.Talmente semplice, da essere rivoluzionario». E non è un caso che già negli anni Sessanta, osservatori e critici si interrogavano sulla natura ‘sociale’ della strada. Nel suo fondamentale contributo del 1961 Vita e morte delle grandi città, l’antropologa Jane Jacobs affermava che un marciapiede vivo è un marciapiede sicuro, propulsivo, attivo, esortando quindi a rovesciare il paradigma della casa come rifiugio dal mondo esterno, come singola unità abitativa per il cittadino globale. Il comune in cui abito, Torino, ha da tempo messo in piedi progetti a supporto di una quotidianità partecipata. Sia attraverso progetti di co-housing (in cui la vita negli edifici passa attraverso il recupero degli spazi comuni e la cura attraverso il meccanismo della ‘banca del tempo’: ognuno collabora al benessere collettivo), sia attraverso la rete delle case di quartiere, spazi di aggregazione comunitaria e culturale, veri e propri laboratori di cittadinanza che permettono di superare le barriere e gli steccati per favorire la mentalità aperta di integrazione e collaborazione.

Una prospettiva economica

Ovviamente la questione economica è fondamentale. Del resto, si sta pensando a un netto cambiamento nelle abitudini delle persone, che passano dall’essere possessori di cose, a essere dei semplici fruitori quando non dei co-produttori di servizi. È un aspetto interessante, una sfida fondamentale che va affrontata anche dalla politica. Avere il coraggio di affrontare il futuro, non di gestire l’esistente. Sulla faccenda, presa da un punto di vista economico, si sono interrogati studiosi e pensatori di fama e reputazione internazionale come Jeremy Rifkin, Chris Anderson, Philippe Agrain e Luca De Biase.

Rifkin, ad esempio, affronta il cambiamento da un punto di vista sociale (ragionando sulla civiltà dell’empatia, e quindi sul bisogno che abbiamo di ‘costruire comunità’) e evolutivo. Stiamo passando dall’era del possesso a quella dell’«accesso», in cui è fondamentale ripensare al paradigma ecologico (sviluppo sostenibile) e riflettendo sui nuovi scenari del mercato globale: dalla terza rivoluzione industriale all’ipotesi di una società che produce beni e servizi «a costo zero». Anderson rilancia, ragionando prima sulla questione del passaggio dal «mercato di massa alla massa di mercati», poi sull’ipotesi di gratuità e dono e le sue prospettive economiche, infine riflettendo sulla «rivoluzione dei makers» che, unendo artigianato tradizionale a innovazioni tecnologiche (di nuovo, l’«Internet delle cose») può rappresentare una nuova prospettiva in grado addirittura di cambiare il mondo.

Economia e amministrazione, inoltre, devono essere legate. Non possiamo escludere la politica da tutto questo. Sia per il suo ruolo ‘normativo’ (abbiamo visto cosa succede quando la politica resta completamente subordinata al ruolo del mercato), sia per il suo compito anche ‘culturale’. Agrain, ad esempio, riflette sulla nuova regolamentazione del diritto d’autore in un’epoca di condivisione, accesso e partecipazione collaborativa. De Biase cerca di ristrutturare il sistema dei «media civici» mettendo assieme amministrazione intelligente, Big Data e servizi dalla parte dei cittadini. Una comunità dove tutti sembrano apparentemente rinunciare a un pezzo (non c’è più il possesso, non c’è più la totale esclusiva proprietà di un bene) ma in realtà rilanciano spostando la priorità su altro (la conoscenza, il progresso, il bene comune).

Come possiamo, quindi, risolvere le contraddizioni che in un sistema normativo ancorato allo scenario economico del Novecento rendono difficile la coesistenza delle nuove spinte? Come regolamentiamo un servizio come Uber, accusato di «concorrenza sleale» e di illegalità (elusione fiscale) dalla categoria dei taxisti? Come ci poniamo nei confronti di AirBnb, che offre soluzioni di pernottamento a prezzi più convenienti degli alberghi grazie a persone che “condividono” la propria casa? Come possiamo riconfigurare la nostra industria dell’auto passando dal possesso del mezzo alla condivisione attraverso una car-sharing diffuso (anche in relazione alla necessità, per dirla fuori dai denti, di «inquinare meno»)?

E come possiamo legare l’aspetto economico a quello sociale? Sia per quanto riguarda la produzione a quello della fruizione, dell’elaborazione e della promozione? Spazi di co-working, laboratori, incentivi per far sì che la nuova imprenditoria giovanile possa essere, anche in Italia, una nuova spinta andando verso la resa pratica di quanto sociologi americani come Richard Florida teorizzava già nel 2002 nel suo L’ascesa della classe creativa (dove la ‘creatività’ è un concetto allargato che mette in mezzo anche ingegneri, informatici e artigiani, categorie che in Italia – per ragioni culturali – non vengono normalmente ascritte al reame creativo).

Una conclusione che è un inizio

Le domande sono tante. Le risposte, per ora, in divenire. La politica deve fotografare ed essere consapevole di questo cambiamento che sta già avvenendo. E dovrà affrontare le varie situazioni e le varie problematiche che si presenteranno. Dal punto di vista culturale (proporre un passaggio dal «possesso» alla «condivisione» in epoca di crisi economica può sembrare, nel migliore dei casi, antipatico). Dal punto di vista economico (si tratta di riflettere su un vero e proprio cambio di paradigma andando non solo contro le politiche di austerity, ma proponendo anche una nuova e ambiziosissima politica di sviluppo industriale del paese). Dal punto di vista normativo (come agire sul diritto d’autore, come rendere aperte e trasparenti prassi non previste dal regolamento vigente?). È una strada lunga, tortuosa, anche difficile. Ma se devo pensare a una nuova prospettiva, a un nuovo modello di società – che si lega a una società più aperta, più integrata, più tollerante e laica, con eguali diritti per tutti – preferisco fare uno sforzo di prospettiva. Ed è uno sforzo che la politica progressista e di sinistra deve fare. E che non sia legato solo a una logica nazionale, ma sia capace di ragionare in ottica continentale.  Anche per pensare a un paese più in linea con quello che sta succedendo in Europa (ad esempio negli orti urbani di Basilea, nei quartieri in cui si condivide il patrimonio energetico abbassando i consumi delle case come a Friburgo), da dove bisogna ricominciare a lavorare, per tornare a pensare a un futuro che vada oltre l’arrivo alla fine del mese. Negli Stati Uniti, con uno sforzo di ottimismo che gli è proprio, scrivono di queste pratiche come nuovi metodi per cambiare il mondo. Ecco, magari potremmo cominciare anche noi, in Italia, a riflettere su come vogliamo cambiare il mondo e renderlo più vicino a quello in cui vogliamo vivere.

Riferimenti bibliografici:

  • Philippe Aigrain, Sharing. Culture and the Economy in the Internet Age, Amsterdam University Press, Amsterdam 2012.

  • Chris Anderson, La coda lunga. Da un mercato di massa a una massa di mercati, tr. it. Codice, Torino 2009.

  • Chris Anderson, Gratis!, tr. it. Rizzoli, Milano 2010.

  • Chris Anderson, Makers. Il ritorno dei produttori. Per una nuova rivoluzione industriale, tr. it. Rizzoli Etas, Milano 2013.

  • Zygmunt Bauman, La solitudine del cittadino globale, tr. it. Feltrinelli, Milano 1999.

  • Zygmunt Bauman, Modernità liquida, tr. it. Laterza, Roma-Bari 2002.

  • Luca De Biase, I media civici. Informazione di mutuo soccorso, VITA/Feltrinelli, Milano 2013.

  • Richard Florida, L’ ascesa della nuova classe creativa. Stile di vita, valori e professioni, tr. it. Mondadori, Milano 2003.

  • Jane Jacobs, Vita e morte delle grandi città. Saggio sulle metropoli americane, tr. it. Einaudi, Torino ed. 2009.

  • Leonardo Nesti, Il miracolo delle Social Street, «Ansa Magazine», Ott 16, 2014. <http://goo.gl/93IY1J>

  • Jeremy Rifkin, L’era dell’accesso. La rivoluzione della new economy, Mondadori, Milano 2000.

  • Jeremy Rifkin, Economia all’idrogeno. La creazione del Worldwide Energy Web e la redistribuzione del potere sulla terra, Mondadori, Milano 2002.

  • Jeremy Rifkin, La civiltà dell’empatia. La corsa verso la coscienza globale nel mondo in crisi, Mondadori, Milano 2010.

  • Jeremy Rifkin, La terza rivoluzione industriale. Come il “potere laterale” sta trasformando l’energia, l’economia e il mondo, Mondadori, Milano 2011.

  • Jeremy Rifkin, La società a costo marginale zero. L’internet delle cose, l’ascesa del Commons Collaborativo e l’eclisse del capitalismo, Mondadori, Milano 2014.

  • Riccardo Staglianò, Ulrich Beck. “Ci salverà la generazione dei giovani Colombo”, «La Repubblica», Lug 17, 2013.

  • Derek Thompson e Jordan Weissman, The cheapest generation. Why Millennials aren’t buying cars or houses, and what that means for the economy, «The Atlantic», Aug 22, 2012.


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